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Intervista a Franca D'Agostini, autrice di Verità avvelenata e Introduzione alla Verità

Franca D'AgostiniDella verità non potremo mai liberarci. Anche se è sempre difficile scovarla. I portatori di menzogna sono sempre in agguato e sempre più frequente è il cosiddetto “avvelenamento dei pozzi”.

Ne è convinta Franca D’Agostini, docente di filosofia della scienza al Politecnico di Torino e Analisi del discorso politico all’Università del Piemonte orientale, che alla ricerca della verità, ha dedicato due libri: “Verità avvelenata” e “Introduzione alla verità”, editi da Bollati Boringhieri. Due testi illuminanti, che affrontano anche il problema della ricerca del vero ai tempi di Facebook e della pirateria informatica. Leggi Assange e WikiLeaks.

Un lavoro minuzioso e accattivante sulla verità come “arma scettica”, sulle non verità, sulle dispute reali e fittizie e sul perché tante fallacie hanno successo.

La Redazione di Dol’s ha intervistato la docente, che collabora alla “Stampa”, al “manifesto” e a “Saturno”.

Intanto, quali sono le nostre false credenze, quelle più comuni, che ci rovinano l’esistenza?

L’esempio di falsa credenza distruttiva che fa Daniel Dennett nel suo Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale, è la credenza religiosa: una specie di malattia che si insinua nel cervello, e ci obbliga a comportamenti assurdi, per lo più autolesivi, a volte anche dannosi per gli altri. Ma certo l’esempio non funziona del tutto: i neuroscienziati hanno scoperto una cosa: l’individuo che prega subisce una sorta di “massaggio cerebrale” benefico, che gli consente di vivere meglio, a volte di reagire meglio alle malattie. Da questo punto di vista la credenza religiosa, sia essa falsa o meno, non sarebbe dannosa, anzi avrebbe alla base una sorta di edonismo. E’ quanto suggerisce William James, dicendo: “Se Dio è un’ipotesi che ti fa vivere meglio, tienila per vera”.

Altri esempi?

Ce ne sono altri, ma il quadro può cambiare. Ci sono, inequivocabilmente, errori cognitivi, credenze potenzialmente suicide. Questo vale non soltanto per i kamikaze o il martirio terrorista. Mettiamo il caso di Mary, alle prese con una (presunta) passione: tutte le volte che incontra John ha il batticuore; sposa John, e di lì a poco muore d’infarto. È un caso estremo, ma ammettiamolo: una grande quantità di uomini e donne, direi soprattutto donne, sono condotti a comportamenti autolesivi a causa non delle cosiddette passioni- che sarebbe una bella cosa, comunque, visto che le passioni sono l’anima dell’esistenza- ma a causa delle credenze che coltivano sulle proprie passioni, o sulle passioni in generale.

Una credenza distruttiva può essere forse la convinzione che l’opinione dell’altro sia poco credibile, in modo aprioristico?

Beh, questa è una meta-credenza interessante: la credenza che non si debbano avere credenze. Una volta questo stato mentale si chiamava nichilismo. “Noi non crediamo in nulla, non accettiamo nulla” dice Bazarov, nel romanzo di Turgenev, Padri e figli. Ma naturalmente, Bazarov doveva pur credere di non credere in nulla, e doveva avere delle ragioni per il suo nichilismo di principio: ragioni in cui credeva. In effetti è impossibile non credere in qualcosa, di qualche tipo: diceva Wittgenstein, “anche per dubitare mi occorre credere”. Un vero e radicale nichilismo è impossibile. Però, si può essere paranichilisti, quasinichilisti, ed è il caso di ciò che chiamo in Verità avvelenata “grigiore epistemico”, ossia grigiore che riguarda le credenze. Una situazione di generale sfiducia nella conoscenza, nella verità di ciò che ci viene detto, nella possibilità di capire chi ha ragione e chi ha torto. Situazione abbastanza comune, oggi, specie in Italia, anche se, credo, in fase di remissione.

Il suo discorso ci porta al cosiddetto avvelenamento del pozzo di cui parla in Verità avvelenata. E’ così?

Certo uno dei modi in cui si determina questo grigiore è la situazione di avvelenamento: qualcuno ha messo in giro informazioni, per lo più false o manipolate, che distruggono la credibilità o la dignità di persone o categorie. Pensiamo ai comunisti che mangiano i bambini, e ai magistrati comunisti: esempi fin troppo facili! Naturalmente le persone reagiscono, e inizia una situazione di conflitto rispetto a cui non si sa più a chi credere, e si finisce per non credere a nessuno. Il fatto che un clima politico o sociale – una famiglia, un’azienda, un gruppo di lavoro – sia stato avvelenato, porta dunque a un abbassamento della fiducia epistemica: non mi fido più di nessuno, e per lo più vivo in uno stato di sofferenza intellettuale, in cui uno dei massimi piaceri della vita, il piacere di conoscere, scoprire, venire a sapere, vedere confermato ciò in cui credo, mi viene tolto.

Ma siamo tutti condizionabili? C’è qualcuno che lo è di più?

Il fatto è che per credere come dicevo bisogna fidarsi, di qualcosa o qualcuno. Credo che esistano i buchi neri anche se non ne ho mai visti- e non so neppure bene che cosa siano- perché mi fido degli scienziati, i quali mi dicono che esistono. Oppure, più semplicemente: vado in stazione alle 12 perché mi fido dell’orario dei treni, che mi dice: il treno parte alle 12,30. È chiaro quindi che virtualmente tutti siamo condizionabili: chiunque possieda fonti di informazione ha un potere elevatissimo. E poiché le credenze ispirano e guidano i comportamenti, e le credenze si basano sulle informazioni, chi mi dà informazioni è in grado di agire sulla mia mente, su quel che credo, ma anche sulle mie azioni, su quel che faccio.

Chi è più condizionabile tra un uomo e una donna?

Le donne secondo me non sono affatto più condizionabili degli uomini. Semplicemente hanno meno potere, e meno voce nella scienza, in politica, nella vita pubblica in generale. Dunque, è ovvio che i loro comportamenti in media siano più facilmente influenzabili. È più facile guidarle a fare cose che non vorrebbero fare, a credere cose a cui forse non crederebbero, in altre condizioni. Di regola un uomo ha una posizione di privilegio cognitivo rispetto a una donna.

Mi faccia un esempio!

Woody Allen in Provaci ancora Sam dice una serie di falsità elogiative per conquistare una donna: “Sei la donna più bella e intelligente che abbia mai conosciuto”, e intanto dice a se stesso: “Questa non la beve”, ma subito dopo, vista la reazione di lei: “Accidenti, l’ha bevuta! Incredibile!“. Ma in fondo la tendenza a credere a cose di questo tipo è giustificata, data la posizione di potere intellettuale che sempre più o meno esplicitamente occupano gli uomini. D’altra parte, nel gioco sessuale ci si inganna e si inganna frequentemente.

Cosa vuole dire?

Le donne mentono spesso, adulando gli uomini: lo fanno per paura, come l’indigeno che venera l’animale pericoloso; oppure per scopi riproduttivi, per far loro impiegare i loro eccessi sessuali allo scopo di fare figli. O semplicemente per abitudine alla cortigianeria, come chiunque sia in una posizione subordinata adula e venera -a parole- il padrone. Il fatto è che la nostra specie ha fatto molti passi in avanti, ma in questi territori si sta muovendo in modo piuttosto impacciato e ingarbugliato, è ancora prigioniera delle paure e degli inganni di una società repressiva.

Nel libro Verità avvelenata fa capire che dall’avvelenamento del pozzo si esce con la buona argomentazione. Ma in questo sono bravi solo i filosofi. Noi, umili mortali, che strumenti abbiamo?

Nel libro dico espressamente che la conoscenza del modo in cui funzionano le ragioni nel dibattito pubblico (e in generale) non è affatto un requisito dei filosofi, che ne mancano come ne manca chiunque di noi. Forse i filosofi sono un po’ più abituati ad argomentare, e per lo più conoscono gli errori possibili. Però ciò potrebbe funzionare anche in senso contrario: il filosofo astuto che approfitta delle sue competenze per gettare fumo negli occhi. Ma allora costui non è un filosofo nel senso proprio dell’espressione, bensì è un sofista.

E quindi?

Bisogna chiarirsi le idee, credo, su che cosa intendiamo qui per filosofia. La filosofia che ci serve nel dibattito pubblico non è solo la competenza argomentativa (sofistica), ma piuttosto: la competenza argomentativa mirata al bene, al giusto, al vero, l’esistente – i concetti che Socrate appunto opponeva all’argomentazione vuota dei sofisti. Come tale la filosofia non è affatto requisito dei filosofi professionali (anche se certo questi sono avvantaggiati sul piano tecnico), ma può riguardare chiunque. Chiunque può imparare ad argomentare bene, a capire le argomentazioni, e a usare i concetti socratici.

In altri termini?

Io difendo una democrazia della ragione: la ragione per tutti e alla portata di tutti. L’idea di una ragione che debba restare elitaria, requisito di pochi, è quanto di più assurdo e anti-filosofico si possa pensare. Forse è vero che la buona filosofia non è al momento nelle disponibilità di tutti, ma il percorso dell’evoluzione ci dice che la sua sfera si allarga, e si sta allargando.

Ma a questo punto, cos’è la verità? Si potrebbe dire che sta nella coerenza?

Basta pensare a quando usiamo effettivamente ‘è vero’ o ‘è falso’, e ci si accorge di che cosa ‘sia’ per noi il concetto di verità. Quando dico: “non è vero che Ruby è la nipote di Mubarak” non intendo dire che la proposizione “Ruby è la nipote di Mubarak” non è coerente con altre proposizioni o teorie (come dicono i coerentisti); e neppure intendo dire che non mi conviene crederlo (come pensano i pragmatisti), ma semplicemente: che le cose non stanno così. ‘E’ vero che p’ dunque significa: le cose stanno così come la proposizione o tesi p dice. Questa è una definizione semplice e banale, che ha dominato per tutta la tradizione filosofica, e che però nel corso dell’Ottocento è stata messa in crisi, tanto che nel Novecento si sono moltiplicate le teorie della verità: appunto come coerenza, o asseribilità garantita, o efficacia pratica, eccetera. Ma nonostante tutto ciò abbiamo continuato a usare ‘vero’ nello stesso modo, e la scienza, la legge, la vita pratica, hanno continuato a usarlo nello stesso modo, come: ‘così stanno le cose’.

Nel secondo libro, riporta Rorty e Vattimo, secondo i quali l’addio alla verità è l’inizio e la base stessa della democrazia. La verità è contraria all’accordo, perché presume qualcosa che sta all’esterno. E’ così? Le verità assolute, però, sono la base di regimi autocratici, non democratici. Allora, ne possiamo fare a meno? O abbiamo bisogno di verità, e non di Verità?


Queste perplessità, le sue come quelle di Rorty e Vattimo, ci dicono che ciò che chiamo “la cultura della non-verità” è stata molto influente nella nostra storia recente, e ci ha portati non soltanto a diffidare della possibilità di trovare sempre il vero – che è una sana diffidenza, fondata precisamente sulla verità: è vero che non sempre il vero è a portata di mano, specie nelle questioni più spinose e rilevanti – ma anche a usare le parole ‘è vero’, ‘è un fatto’, o ‘le cose stanno così’ in un modo sospettoso e incerto. La prima questione da considerare è un’antica questione, che si tende a dimenticare, ed è il fatto che non ci si può disfare del concetto di verità, per quanti sforzi si facciano. Infatti, i nostri sospetti sulla verità evidentemente sono determinati da circostanze che riteniamo vere. Inoltre: perché mai dovremmo dire addio alla verità se non perché è vero che le cose stanno così (ossia che ci serve dire addio alla verità)? Come si vede c’è qualcosa che non funziona. Non appena cerchiamo di dire addio alla verità ci accorgiamo che stiamo in realtà usando e anzi elogiando la verità.

In sintesi?

È un vecchio argomento, è “l’insigne stratagemma messo in atto dalla verità, con il quale essa si serve delle armi del suo nemico, usandole contro di lui a proprio vantaggio”, come scrisse Arnold Geulincx. Nel 2002 ho dedicato un libro alla storia di questo antico stratagemma: Disavventure della verità. La storia, però, non finisce qui.

Perché?

Una volta stabilito che con ‘verità’ intendiamo una struttura in qualche modo inaggirabile dei nostri pensieri, non abbiamo ancora capito a che cosa serva, e se davvero serva a qualcosa. Ora io nel libro rovescio totalmente (spero con buone ragioni) gli argomenti di Rorty e di Vattimo, mostrando che è proprio in democrazia che il concetto di verità mostra la sua massima opportunità e il suo uso più appropriato.

Come?

Anzitutto, se riflettiamo a quando usiamo le espressioni ‘è vero’ o ‘non è vero’ ci accorgiamo che le usiamo quando qualcuno mette in dubbio qualcosa, quando ci sono delle incertezze o dei sospetti. A condizioni normali non dico “è vero che il gatto è sul divano”, se mai dico “il gatto è sul divano”; ma se qualcuno lo mette in dubbio, allora mi capita di dire “accidenti, è vero quel che dico, le cose stanno così!”. Dunque come si vede il concetto di verità è un concetto scettico, compare e agisce nel contesto di una discussione, o una ricerca (skepsis vuol dire infatti ricerca). Da questo punto di vista la disputa tra i nemici e gli amici della verità perde senso: le ragioni dei primi (se sono ragioni scettiche) sono perfettamente condivise dai secondi.

Ma allora quante verità ci sono?

Occorre allora distinguere la verità, ossia la funzione concettuale che ciascuno di noi usa, e che ci consente di dire: ‘toh, è proprio vero!’, dai contenuti cosiddetti ‘veri’ trasmessi dalle istituzioni: dalla Chiesa, dalla Scienza, dai Poteri sovrani. La prima è precisamente ciò che mi permette di smascherare come non vera una tesi che mi viene imposta. A questo punto vediamo che proprio la verità è essenziale in democrazia: è precisamente ciò che mi consente di dire a chiunque, fosse pure potente e influente: ‘non è vero, le cose non stanno così!’ Non ho bisogno di verità se vivo in una società autoritaria, in cui devo accettare quel che dice il papa, o il re, o il mio capo. Ne ho bisogno invece in una società libera, in cui sono in grado (devo poter essere in grado) di controllare se quel che mi viene detto corrisponda ai fatti oppure no. Non per nulla il concetto di aletheia, verità (letteralmente = disvelamento) è stato inventato (nell’uso che noi conosciamo) all’epoca della prima sperimentazione democratica dei greci: esattamente come l’arma scettica e critica che ci consente di svelare le falsità dette da chi è più potente, o più affascinante, o più abile politicamente.

Come distinguere una menzogna?

Sappiamo bene che la verità, come le altre funzioni concettuali escogitate dai greci, ‘giustizia’, ‘esistenza’, ‘bene’, ecc. è un concetto fragile, e riguarda una proprietà invisibile. “Vedo che il sole è sorto, scriveva Frege, non vedo mai che è vero che il sole è sorto”. In effetti, l’invisibilità e la fragilità della verità sono grandi risorse per i mentitori: essi sanno che rivelare inequivocabilmente la verità spesso è impossibile, e anche la macchina della verità funziona male: quel che registra è l’emozione determinata (virtualmente) dalla menzogna, ma non la menzogna stessa. Inoltre spesso la menzogna è inafferrabile, perché è solo mezza-menzogna, oppure è una verità, ma collocata in una situazione tale da renderla menzognera. Nel libro faccio molti esempi di tipi di menzogne diverse: la menzogna senza menzogna, la menzogna di vaghezza, di affidabilità, la pre-menzogna, eccetera. Chi mente dunque ha molti vantaggi, molte risorse.

Sì, ma come tentare di smascherarlo?

Nella tradizione ci vengono indicate alcune risorse per chi intende smascherare il mentitore. Per esempio, il fatto che le menzogne non vengono mai da sole: se mento su qualcosa, devo mentire anche su altro - se non altro, sul fatto che sto mentendo. Oppure: il fatto che chi mente di solito è obbligato a mentire, a condizioni normali si preferisce non farlo. Ma questi sono solo alcuni esempi, e sono scarne risorse, comunque. La mia Introduzione alla verità si conclude con un capitolo intitolato “Introduzione alla menzogna”, è vero, ma è solo un accenno preliminare, in cui la verità fa ancora da padrona. Sulla menzogna c’è molto da dire: e forse possiamo riservare la discussione a una occasione futura.

CinziaFicco
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Per gentile concessione di Cinzia Ficco. Il seguente articolo è di proprietà dell'autrice e non può essere riprodotto altrove senza il suo esplicito consenso.

 

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