Zur Navigation  Zum Inhalt
Home Interviste Intervista a Daniele Ciccone - I continenti americani
Marketing Culturale © Tutti i diritti riservati

Intervista a Daniele Ciccone - I continenti americani
Daniele CicconeAd un anno di distanza dalla precedente intervista, Marketingeditoriale.com continua a seguire il viaggio intorno al mondo (in moto!) di Daniele Ciccone, ideatore del sito www.daninviaggio.it. Scopriamo insieme cosa è successo in questi mesi e quali sono le ultime novità. Per chi invece avesse perso la prima intervista, consigliamo di partire leggendo il testo al seguente indirizzo web: http://www.marketingeditoriale.com/index.php/Cultura/Intervista-con-Daniele-Ciccone-autore-del-Giro-del-mondo-in-moto.html
 
Leggenda -  S.C.: Stefano Calicchio - D.C.: Daniele Ciccone
 
S.C.: Daniele, iniziamo girandoti un saluto affettuoso da parte di tutti i lettori di marketingeditoriale.com!
 
D.C.: Grazie, un saluto anche a voi.
 
S.C.: Ripartiamo da Santiago del Cile: potresti brevemente ripercorrere le tappe geografiche che hai percorso fino ad oggi dalla tua ultima intervista, in modo da dare un senso di continuità al viaggio nella mente dei nostri lettori?
 
D.C.: Dunque, dal Cile è passato molto tempo, ma riguardando un po’ la mappa l’itinerario che ho seguito è stato questo: Argentina di nuovo, poi la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, il Venezuela, Panama, la Costa Rica, il Nicaragua, l’Honduras, El Salvador, il Guatemala, il Messico, gli Stati Uniti e infine il Canada.
 
S.C.: Ogni nostro lettore può ben immaginare la fatica fisica di percorrere così tanti chilometri attraverso i vari paesi, o addirittura i continenti. Ma riguardo “la fatica” interiore, quali sono dopo un anno e mezzo i segni che ti ha lasciato il tuo viaggio?
 
D.C.: La “fatica interiore” non è tangibile, non è raccontabile come un fatto reale. E’ lì, e la scoprirò col tempo, quando tutto sarà finito; quando il presente sarà il passato, nel futuro. Certe cose, credo, te le spieghi soltanto con gli anni, anche se ti sembrano così evidenti nel momento in cui le vivi. Ciò che è rimarchevole di tutta questa storia, risulta essere un concetto astratto. Le energie investite, o “fatica interiore” come dir si voglia, hanno prodotto saggezza, coscienza, comprensione, amicizia, amore; valori che non trovano molto spazio nell’era del consumismo sfrenato. Se il viaggio è intrapreso in nome di questi valori, allora grandi cose possono succedere dentro noi stessi. Una vera e propria rivoluzione; quella di costruire qualcosa di grande, che non si vede, che non si tocca, ma che senti di avere.
 
S.C.: E per quanto riguarda le soddisfazioni più grandi fino ad ora, cosa ci racconti?
 
D.C.: Ho vissuto giornate memorabili durante questo viaggio. Emozioni forti, che trovano vita in un gesto tanto “ignorante” quanto poetico, come quello di guidare una moto nei posti più incredibili del mondo. Emozioni scatenate dagli incontri che hanno lasciato il segno. Giornate tremende invece, se parliamo di fatica fisica e di condizioni esterne, che poi si trasformano in quello che comunemente viene definita avventura. Termine che tratto con rispetto per evitare di storpiarlo, di trasformarlo in un prodotto da copertina. Ma la soddisfazione più grande è certamente la consapevolezza di riuscire a realizzare un sogno che sembrava intoccabile, il che ha un valore assoluto, per me.
 
S.C.: Durante questo percorso possiamo dire che hai chiuso un “primo ciclo”, quello dell’america latina e centrale, che ti ha portato ad esplorare su due ruote un territorio immenso. Potresti raccontarci qualche esperienza in grado di rappresentare uno spaccato della vita in quei luoghi?
 
D.C.: Il continente Latino Americano è una strada sporca, dismessa; è un cane randagio che attraversa la strada, è ignoranza e cultura, estremamente diversa nella povertà e nella ricchezza. E’ pura poesia. Un livello di educazione generalmente inferiore rispetto all’occidente, causato da un sistema politico corrotto, praticamente in tutto il continente, fa si che la gente risulti semplice, più disponibile al contatto umano e più istintiva, nel bene e nel male.
 
Difficile descrivere in due righe un continente, ma ci provo raccontando qualche episodio capitato lungo la strada.
 
El Salvador, Playa el Tunco. Ad un paio di chilometri da dove ci siamo fermati per qualche giorno, succede un fatto grave. Era il 3 agosto del 2009 e un gruppo di banditi (tutti di età inferiore ai 14 anni) massacra a colpi di pistola due bambini che non hanno nemmeno 10 anni di vita, semplicemente colpevoli di aver fatto un giro in bicicletta fuori dal proprio “territorio”. Due borghi, uno accanto all’altro, in cui la guerra tra narcotrafficanti si fa cattiva. Due vite condannate a morte in mezzo alla strada, quando invece dovresti iniziare la prima elementare o magari giocare a pallone in cortile. Invece no, fai due pedalate in più e ti sparano in faccia, a 7 anni. Il tuo nome lo scopriranno poi, magari leggendo il giornale. Il resto è storia.
 
Messico, stato del Michoachan. Il giorno dopo essere stati rapinati in piena notte da qualcuno che si è ficcato dentro la tenda mentre dormivamo, veniamo accolti a braccia aperte da una coppia di contadini in mezzo al nulla che ci offre da mangiare, da bere, abbracci e sorrisi, dopo avergli raccontato la storia del furto della notte precedente.
 
Ecco, questa è l’America Latina: pronta a bastonarti senza scrupoli da una parte, salvo poi offrirti tutto senza che le hai chiesto niente. Tra i due poli c’è una coesione di odio e amore che non riesci a trovare nel mondo occidentale.
 
S.C.: Una domanda piuttosto diretta: cosa passa per la testa ad un italiano in moto mentre attraversa le lande sperdute dei paesi sudamericani?
 
D.C.: Il continente Latino Americano è una parte del mondo “amica” per noi italiani. Innanzi tutto per una questione linguistica, il castigliano è facile da capire e imparare, il portoghese altrettanto, e poi perché la cultura latina non è poi così distante da quella mediterranea. E’ anche per questo motivo che ho voluto iniziare il mio viaggio da Buenos Aires. Perché avevo voglia di immergermi a pieno in una realtà diversa fin da subito. E puoi farlo solo quando riesci a comunicare perfettamente con le persone che incontri. Se fossi partito dal Giappone ad esempio, sarebbe stato come sedersi su un treno e guardare il mondo da un finestrino. Sono convinto ci sia una grande differenza tra visitare un luogo ed entrarci. E’ proprio lì che si nasconde l’essenza del viaggio. Ci devi entrare, non solo guardare.
 
S.C.: Daniele, quando si pensa ad un viaggio in moto in america latina la mente corre subito al divertimento ed al senso di avventura lungo spettacolari scenografie naturali. Ma quali sono le principali difficoltà tecniche e materiali che deve affrontare un viaggiatore solitario intraprendendo un viaggio in moto lungo tutto il Sud America?
 
D.C.: Un viaggio in moto, prolungato e in luoghi particolari, richiede uno sforzo fisico notevole. Non è come spostarsi in autobus o in treno. Sei esposto agli eventi atmosferici: il caldo, il freddo, la pioggia, le condizioni pessime della strada. Su un treno puoi ascoltarti musica, leggerti un libro, oppure addormentarti e risvegliarti a destinazione. In moto no! Ogni chilometro è un viaggio unico. Se invece consideriamo il lato tecnico e materiale, ti posso dire che spesso le difficoltà avute erano legate alla burocrazia, ad una cultura in cui rubare o corrompere è, troppo spesso, una regola di base. Ognuno interpreta le regole a modo proprio, secondo un codice morale che non è scritto da nessuna parte, che non ti hanno insegnato a scuola. Infine se parliamo di moto, le difficoltà sono strettamente correlate alla tua preparazione e alla sorte.
 
S.C.: Se dovessi tirare un giudizio complessivo sul tuo percorso in sud america ed america centrale, quale sarebbe il risultato?
 
D. C.: Un percorso lungo quasi un anno attraverso un mondo piuttosto complesso se lo vuoi guardare da vicino, ma stupefacente, e in cui sono successe molte cose  diverse tra loro, spesso completamente distanti. In Perù, ad esempio, mi è capitata una cosa molto grave e ho rischiato la vita; poi invece in altre situazioni mi sono sentito in paradiso, a posto con me stesso. Non ho giudizi sui luoghi. Posso solo raccogliere tutto ciò che è stato quella parte di mondo e quella fase della mia vita, e dire che è stato senza dubbi il periodo più intenso e ricco di significati che abbia mai vissuto fino ad oggi. Perché stavo facendo quello che stavo facendo, e perché quell’entusiasmo lì, una volta che ti sei abituato, non lo ritrovi più. Ovunque finirà questo viaggio, sono convinto che il Sud America rimarrà il momento più significativo.
 
S.C.: La domanda più breve, ma non per questo più semplice: il ricordo più grande e l’emozione più forte che hai vissuto?
 
D.C.: Non ho dubbi sul ricordo più grande: è la scena di un incidente stradale mortale e dalle sorti raccapriccianti, di cui sono stato involontariamente unico spettatore. Un’esperienza che ho vissuto come una profonda tragedia personale. E’ successo in Argentina, a nord di Bariloche, poco distante dal confine con il Cile. Due vite distrutte in un attimo e in modo feroce dal destino, che mi sbatte la morte in faccia come una martellata. Una cosa che mi provoca dei problemi, ogni volta che ci penso.

Di emozioni invece ce ne sono state molte, per fortuna. Ma credo che l’emozione più grande sia stata l’arrivo a San Francisco. Al di là del fascino irresistibile di questa città, a questa città ero legato da una storia incompiuta sin dal 1998: un progetto a cui dovetti rinunciare proprio sulla linea di partenza. Seguirono anni di conflitti interiori e di psicologi. Beh, arrivare a San Francisco in moto e dopo un viaggio così, è stata un’emozione troppo forte, che non sono riuscito a trattenere. Un momento durato pochi minuti, un urlo che si trasforma in un respiro profondo di libertà; felicità pura che straccia via ogni dubbio su questo viaggio, che mi fa capire ancora di più l’importanza delle motivazioni e dei sogni.
 
S.C.: Passiamo dunque agli Stati Uniti. La terra della libertà e del sogno americano: qual’è stata la tua prima impressione da viaggiatore on the road?
 
D.C.: Gli Americani sono i migliori al mondo nel vendere, nel comunicare. Su questo sono davvero imbattibili. La terra delle libertà è una creazione che produce un giro d’affari colossale; per qualcuno soltanto però. Negli ultimi 10 anni gli Stati Uniti si sono presi la faccia, se la sono spalmata di letame, e l’hanno mostrata al mondo. La maggior parte delle persone che abbiamo incontrato lo sa, e affronta l’argomento come una questione grave, probabilmente irrimediabile. Ciò che è successo nel 2008 poi, con il crollo della borsa di New York e il relativo collasso economico su scala mondiale, è il chiaro segnale che quel sistema non funziona, non può funzionare. Il grattacielo sta crollando, inizia a scricchiolare. I diritti vanno di pari passo con gli zeri del conto corrente. Il sogno, se lo guardi bene da vicino, somiglia ad una trappola.

Per rispondere alla tua domanda noi abbiamo avuto l’impressione che la crisi ci sia eccome, ma che è una questione di numeri e di comunicazione di massa. In realtà, le persone incontrate lungo il viaggio non ci sono sembrate in grosse difficoltà economiche, anzi. Ho chiesto in giro, mi sono documentato. Alla domanda: la tua attività o il tuo lavoro ne ha risentito della crisi? La risposta è stata NO nella maggior parte dei casi. I media dicono che non è successo nulla, ma è una bugia assurda. I problemi stanno dove già c’erano: i poveri. L’America è una società che non ti permette di sbagliare, se hai un problema sei finito. Molte persone hanno perso tutto negli Stati Uniti, è vero. E chi ha perso il lavoro o la casa, non se la passa di certo bene in America, ma neanche da nessun’altra parte del mondo. Eppure nessuno se n’è mai fregato! Il problema è che i potenti riescono a manovrare l’opinione pubblica di massa, esattamente come fa il pastore con il suo gregge. E allora credi a quello che ti viene detto, lo dai per assodato e basta. Ma se invece vai a guardare da vicino, ti accorgi che le cose vanno diversamente.
 
S.C.: Daniele, sappiamo che in passato avevi già avuto modo di visitare questo paese. Tornando dopo diversi anni, quanto è cambiato nel modo di vivere delle persone a causa della crisi e dei recenti fenomeni sociali?
 
D.C.: Si, arrivai a New York per la prima volta nel 1997. In quell’occasione, io ed un amico, viaggiammo in auto dal Canada alla Florida, andata e ritorno. Ci fu un’altra esperienza americana poi, sempre a New York, nell’inverno tra il 2002 e il 2003. Rispetto a quelle esperienze, oggi l’America mi è sembrata un paese con molti più problemi.
 
S.C.: Hai attraversato l’Arizona, il Nevada, la California, l’Oregon, e lo stato di Washington. Potresti raccontarci qualche esperienza emblematica di questo  tratto statunitense?
 
D.C.: Ecco, se invece parliamo di natura, del turismo e della gente, allora sono tutto sorrisi. Quello che ci ha stupito di più sono la spettacolarità dei luoghi, di una bellezza incredibile, e la generosità della gente. Si, la generosità della gente! A Phoenix, in Arizona, ho chiesto tramite internet due gomme usate per arrivare a Los Angeles. Da lì si è innescato un meccanismo che ci ho portato fino in Canada. Un ponte fatto di persone che hanno teso la mano in segno di aiuto. Ad ogni nostra richiesta abbiamo ricevuto molto di più. E con umiltà; aspetto, questo, che ha destato stupore in noi. Diversa gente mi ha addirittura aiutato gratuitamente a sistemare la moto, ci ha ospitato, offerto pasti e amicizia, in cambio di qualche storia di viaggio e di un po’ di compagnia. Gli Stati Uniti sono uno dei paesi in cui siamo stati accolti meglio, ho amici e ci torno volentieri.
 
S.C.: Una novità per i nostri lettori è sicuramente la mitica Francesca, che dal centro america viaggia sulla tua moto. Come cambia l’esperienza di viaggio quando si è in due?
 
D.C.: L’arrivo di Francesca ha spezzato un ritmo. Insieme, da Città di Panama, abbiamo iniziato un altro viaggio, un’altra storia. Viaggiare in due è una scuola che richiede molta pazienza. Ma è straordinario. Nel nostro caso, viaggiare significa vivere 24 ore, 7 giorni alla settimana sempre insieme, costantemente. Pioggia, freddo, mare, deserto, caldo, gente. E’ una condivisione totale, privilegiata e meravigliosa che non sarebbe possibile in una vita più abitudinaria. In due il concetto di libertà assume un aspetto più maturo e si trasforma in coesione, rispetto, tolleranza, amore. E’ tutto un altro viaggio, molto più difficile.
 
S.C.: Sappiamo che il viaggio è prima di tutto un’esperienza interiore. Dopo tutti questi chilometri, che tipo di persona è oggi Daniele Ciccone?
 
D.C.: Come ti dicevo prima il viaggio mi è servito a costruire qualcosa di grande ed invisibile: saggezza, coscienza, consapevolezza. In questo senso, oggi, mi sento una persona più ricca. Una ricchezza povera in termini materiali, nobile nei sentimenti; che non mi è stata regalata da nessuno, imperniata sui sacrifici e sulla passione. E ne vado orgoglioso.
 
S.C.: il Canada! Potresti raccontarci qualcosa su questo paese, qualche esperienza o aneddoto?
 
D.C.: Il Canada è il paese in cui ci siamo fermati più a lungo, da quando è iniziato questo viaggio. Qui, non solo ci siamo passati, ci siamo proprio entrati: un lavoro, una scuola, una casa, nuove amicizie. Un viaggio nel viaggio, stabilità nel movimento. Sei mesi per trovare i soldi necessari a continuare, e per tirare il fiato. Un obbiettivo molto difficile, lo sapevamo. E infatti siamo riusciti ad ottenere solo in parte ciò che volevamo, al costo di un investimento di energie pazzesco. Il Canada è un paese decisamente vivibile, che offre molte più opportunità ad una persona che ha bisogno di costruirsi un futuro, ad un giovane che ha voglia di fare; e non mi riferisco prettamente ai soldi. In Italia questo non è più possibile, perché è paese castrato, intrappolato da una politica in crisi, disastrosa su tutti i fronti. Costruirsi una vita decente in Italia ormai è diventato un sogno, manco più un diritto; qui invece no. In Canada ci sono ancora delle possibilità; certo molte di meno rispetto ad appena dieci anni fa, ma ci sono ancora spazi e il sistema è più meritocratico. Avanzi se sei bravo, non perché sei raccomandato. Purtroppo in Italia succede il contrario; andare a scuola e studiare non serve più! Basta essere furbi. Qui invece offrono tra le migliori università al mondo, c’è un concetto del “sociale” più radicato nella cultura e i risultati sembrano evidenti: il Canada è considerato uno dei paesi migliori al mondo per qualità della vita. Ciò significa che non devi essere necessariamente ricco per vivere una vita più che decente. Poi si sa, con molti soldi puoi vivere bene anche in Mozambico.
 
S.C.: Prossima tappa: Alaska! Potresti darci qualche anticipazione sul tragitto che intendi seguire per raggiungere questo paese e su quello che vorrai fare una volta arrivato?
 
D.C.: L’Alaska segnerà la fine del viaggio di questo continente; ultimo gradino di una scala lunga e tutta in salita, non solo dal punto di vista geografico.  Si partirà da Vancouver per arrivare nello stato dello Yukon, poi nel Northern Territory fino a superare il circolo polare artico: Inuvik, Canada, è la città più a nord del continente Americano, come Ushuaia, in Argentina, lo è per il sud. Poi si vira verso l’Alaska: Fairbanks, Anchorage e giù verso i fiordi per tornare in Canada, a Vancouver. 10/12 mila chilometri in tutto, persi nei territori più selvaggi e remoti del mondo. Sarà un’altra grande avventura.
 
Marketingeditoriale.com ringrazia Daniele Ciccone per la sua gentile disponibilità ed invita tutti gli affezionati lettori a visitare il sito www.daninviaggio.it ed a lasciare un contributo tangibile per il giro del mondo in moto!
 

Acquista Online su IlGiardinodeiLibri.it

top of page
© Tutti i diritti riservati