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Intervista con Daniele Ciccone autore del Giro del mondo in moto
Daniele CicconeIntervistiamo Daniele Ciccone, autore di Daninviaggio.it ed intrepido viaggiatore. Daniele ha progettato e sta vivendo in prima persona “Il giro del mondo in moto”, e si trova attualmente a Santiago Del Cile.

S.C.: Daniele, per prima cosa ti diamo un caldo benvenuto e ti ringraziamo per la tua disponibilità!
 
 
D.C.: Grazie a voi, è un piacere.

S.C.: Partiamo dal tuo progetto. Da dov’è uscita un’idea tanto coraggiosa quanto originale? Come ti è venuta in mente?

D.C.: L’idea di viaggiare il mondo non è certamente una novità, tantomeno  originale. Non è neanche una questione di coraggio; è una scelta, come quella di qualunque altro. Io ho solo dato voce al mio istinto, al mio spirito; e l’ho seguito.

Stavo arredando la casa che avevo comprato. Un cacciavite in una mano e un martello nell’altra, un progetto importantissimo; una casa tutta mia.

Proprio lì, mentre avvitavo viti e imbiancavo muri, mentre stavo concretizzando un passo importante verso la stabilità, mi sono convinto che la mia vita non doveva essere condizionata dalle certezze. Sentivo il bisogno di uno spazio più grande; ho scelto il mondo.
 
S.C.: Il giro del mondo in moto… solo a pensare all’organizzazione per poter riuscire in una simile impresa gira la testa. Potresti raccontare ai nostri lettori qualcosa sulla preparazione del tuo viaggio?

D.C.: Preparare un viaggio come questo è stato un lavoro vero e proprio, a tratti estenuante, che è durato due anni e che non ha fruttato alcuna ricompensa economica. L’entusiasmo, la grande passione, e la forza di volontà, mi hanno portato fin qui. Quando ho deciso di partire per un lungo viaggio in moto non avevo soldi, non avevo una moto, ne l’idea di come si potesse realizzare un progetto del genere. Ma avevo un sogno, grande così.

Mi sono attivato a tutto campo, lavorando in silenzio. Ho comprato una moto, ho realizzato un sito internet, mi sono proposto ad aziende, ho cercato sponsor, ho affittato casa mia, ho messo in stand by una convivenza e una storia d’amore importante, ed eccomi qua.

La mia più grande ricompensa non è di certo l’approvazione della gente; è la mia libertà.

S.C.: A che tipo di rinunce si va incontro quando si decide di portare avanti un’impresa così estrema?

D.C.: Dovrei risponderti con una domanda. E cioè: a cosa sei disposto a rinunciare?

Quando decidi di partire per un viaggio che non ha scadenza, devi essere disposto a cambiare radicalmente la tua vita. Il lavoro, l’amore, i soldi, la casa.

Metti tutto sulla bilancia. Il resto è una questione di equilibrio.

La cosa più difficile è rinunciare a far parte di un sistema impacchettato, andare controcorrente, affidarsi al destino senza certezze.

Non è viaggiare il mondo con una moto, la cosa giusta da fare. Ma ascoltare i propri istinti, seguirli, farsi accettare per quello che si è, non per quello che rappresentiamo nella società.
 
Io ho scelto questo viaggio perché ho la mia storia, la mia personalità, le mie passioni e le mie motivazioni.

Ho pensato che sarebbe stato più interessante eliminare invece che accumulare.

Ho rinunciato alle falsità.

S.C.: Dopo tutto ciò, finalmente arriva il giorno della partenza. Cosa si prova davanti ad un simile itinerario di viaggio? Quali sono i pensieri che passano per la testa?

D.C.: I primi km sono un emozione che conserverò a lungo. Capivo che stavo realmente iniziando a concretizzare tutto ciò che fino a quel momento erano state solo parole, sogni e speranze.

Stavo facendo qualcosa d’importante per me, non per qualcun’altro. Poi giorno dopo giorno, sulla strada, ho ritrovato la pace e il mio equilibrio.

S.C.: Ci puoi svelare la motivazione del tuo viaggio? Cos’è che ti spinge quando ti svegli la mattina e quali sono le emozioni quando ti corichi alla sera?

D.C.: Le motivazioni potrebbero essere infinite o nessuna. Dipende dalle proprie esigenze e dalle priorità che uno si pone.

Ho cercato fortemente una condizione che mi permettesse di sentirmi in ordine e onesto con me stesso.

Le motivazioni più forti che mi spingono a continuare sono la voglia di imparare, di confrontarmi, di non fermarmi di fronte alle mie paure, di osare, di dire no. E penso di avere ancora molto da imparare.

Ogni volta che riparto è come ricominciare da capo: un altro viaggio, un’altra strada, altri incontri, un’altra storia. Questo è un grande privilegio. Vivere in continuo mutamento, aiuta ad evolversi molto più rapidamente, aiuta a crescere perché accumuli esperienze diverse in poco tempo.

Sta a te, dopo, saper prendere coscienza delle esperienze vissute ed imparare da esse.

S.C.: Daniele, perché proprio la moto come mezzo di trasporto?

D.C: Viaggiare in moto è totalmente differente, perché ti concede una libertà che uno zaino non potrà mai regalarti. La moto ti può accompagnare fin dove un bus o un treno non arriveranno mai, ti lascia la libertà di decidere i tuoi orari in base alle tue esigenze. In sostanza, un viaggio in moto lo trovo molto più affascinante, avventuroso, completo. Posso decidere di non seguire alcuna rotta turistica o di non parlare con nessuno per settimane, se volessi.

Posso fermarmi in mezzo al deserto, piantare la mia tenda e dormirci la notte. Viaggiando in autobus e con lo zaino non hai la stessa flessibilità. 

E poi, il gusto di sentire il rumore grave di una moto tra le montagne a 5000 metri, tra le dune nel deserto, ad un semaforo nella più grande metropoli del mondo, il piacere di affrontare una curva bellissima, di fermarmi quanto voglio per guardare un panorama, mi affascina a tal punto che non resisto, e do gas.

S.C.: Cosa significa, quotidianamente, viaggiare da solo per così tanti chilometri accompagnato solo dalla tua moto? Ci potresti descrivere una tua giornata tipo?

D.C.: viaggiare solo, spesso, è noioso. E’ come quando inizi una cosa nuova, ci metti entusiasmo, ma poi pian piano ti abitui, fino ad annoiarti. Il viaggio, che non sia una vacanza, deve essere intrapreso con una certa filosofia, altrimenti diventa una tortura. La solitudine estrema e per lungo tempo, le scomodità, la pioggia, il freddo, il caldo, i pericoli della strada.

Io viaggio sempre nel pomeriggio, a volte di notte, dove le condizioni lo permettono, ovviamente.

Svegliarmi presto per fare i bagagli e partire anticipando il sole, non è proprio il mio stile. Diciamo che amo prendermela comoda. A volte viaggio solo per pochi chilometri, a volte guido tutto il giorno. E’ difficile quindi raccontare una giornata tipo, perché non è mai la stessa.

S.C.: Prima tappa: Argentina. Cosa si scopre attraversando questo sperduto territorio in moto? Cosa ti ha colpito?

D.C.: La cosa che mi ha colpito di più di questi territori sono gli spazi.  Sembrerà banale, ma in Italia non siamo abituati. Guidare per centinaia di km senza trovare niente è una sensazione che ti riempie e ti svuota, che ti lascia il tempo per pensare, perché non sei contaminato dalle distrazioni della civiltà del cemento, la città! E’ tutto più rilassato, più tranquillo. E’ come ascoltare  musica classica, deve piacerti, altrimenti dopo il primo pezzo ti annoi subito.

S.C.: Chilometro dopo chilometro, finalmente sei giunto a Santiago del Cile. Un idea, un pensiero su questa città e sulle emozioni che stai provando…

D.C.: Arrivo a Santiago dopo una terribile esperienza vissuta in prima persona, che ha segnato profondamente questo viaggio: la morte feroce di due ragazzi di fronte ai miei occhi in un incidente stradale apparentemente incomprensibile.
 
Tre giorni da dimenticare in cui non riesco a chiudere occhio. Poi la strada mi aiuta a ritrovare serenità.

E questo momento coincide proprio con Santiago del Cile. Una città come tante altre, che diventa unica quando incontri le persone giuste, al momento giusto. 

Sei ragazzi conosciuti tramite internet mi offrono ospitalità, fiducia, svago e amicizia. Mi offrono tutto, senza che gli chiedessi niente.

Questa è l’essenza del viaggio. Non è raccontare di un panorama, non è una fotografia, non è un luogo specifico. E’ l’aspetto umano.

S.C.: L’incontro del viaggio? Chi ti ha colpito maggiormente da quando sei partito? Quale personaggio ci descrivi come metafora del Sud America?

D.C.: Per fortuna ho incontrato molte persone lungo il mio cammino. Non posso dire che ci sia stato un incontro che ha fatto il mio viaggio.

E’ come un muro su cui ci attacchi le foto di tante persone che hanno fatto parte della tua vita, una a fianco all’altra, senza distinzioni ne preferenze.

Perché ogni persona ha la sua storia, ed ognuno ha qualcosa di diverso da insegnarti, a prescindere dalla propria cultura e provenienza.

S.C.: Daniele, un ultima domanda. Sei solo all’inizio di un lungo percorso, ma se ti chiedessi di tirare le conclusioni oggi, come definiresti questa tua avventura?

D.C.: Non amo sentirmi dire: “sei un grande”. Lo trovo patetico.

Non è il successo che cerco o l’esibizione fine a se stessa.
 
Non sono qui per insegnare o per dare l’esempio. Non sono nessuno per farlo.

Questa mia avventura non è altro che la conseguenza di una decisione, di una presa di posizione. Prendere una moto, caricarla di bagagli e partire per il mondo non significa essere più bravi o più forti di chi decide di fare altro nella vita, come ad esempio una carriera o una famiglia.

Questa avventura, per me, significa soltanto essere coerente con me stesso. 

Ringraziamo Daniele Ciccone per la sua gentile disponibilità, ed invitiamo tutti i curiosi ad approfondire “Il giro del mondo in moto” sul sito www.daninviaggio.it

Intervista a cura di Stefano Calicchio.


 

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